PEREYRA AL QS: “Io e Tevez fuori dall’inferno. Allegri importante per me. Col Monaco sarà dura. Segreto Juve? Gruppo, fiducia e mentalità”

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Roberto Maximiliano Pereyra ha rilasciato una bella intervista all’inviato a Vinovo del QS Luca Pasquaretta. Ecco le sue parole riportate dal sito Tuttojuve.com:

Quando si guarda indietro a cosa pensa?

“Che è stata dura, durissima, nessuno mi ha regalato niente”

A chi deve dire grazie?

“Alla mia famiglia. A casa lavorava solo mio padre, quando non lo faceva, non si mangiava. Se non c’erano soldi non potevo andare ad allenarmi, perché non potevo comprare il biglietto del pullman. La bicicletta non riuscivo ad utilizzarla sempre. Gli sarò sempre grato, senza di loro non sarei arrivato da nessuna parte”.

Ha vissuto la stessa esperienza di Tevez?

“Dove abita Carlos è ancora più dura, nel mio quartiere c’era la droga, la criminalità, non gli omicidi. Il calcio mi ha saltato. Ha reso la mia vita una favola, sono riuscito a fare quello che sognavo”

Quando ha pensato, sì voglio fare il calciatore?

“Quando ero piccolo, in strada, come tutti i ragazzi in Argentina cresciuto con il mito del calcio. A 10 anni cercavo di imitare i miei idoli, di fare il gol o la giocata alla Maradona”

Dalla strada al campo, il passo come è stato

“Lunghissimo. Ho iniziato a giocare a Uta, già da piccolo volevo fare il centrocampista, una persona che abitava a fianco di casa mia ha portato a giocare me e suo figlio. E’ andata bene. Tutto è iniziato lì, ci sono rimasto 5 anni, lavoro, allenamenti, sacrifici”.

Ne ha viste e passate tante

“Da Tucuman a Bueno Aires ci sono più di 1000 chilometri, per giocare all’inizio andavo con il pullman, 15 ore, a Mar del Plata erano addirittura 20 ore, l’aereo costava troppo, non c’erano i soldi neanche per mangiare”

E poi

“E poi un giorno mi hanno inserito in una rappresentativa di Tucumano, dove sono nato, ci hanno portato a giocare a Mar del Plata, a Buenos Aires, mi hanno visto e così ho iniziato con i Cadette di San Martino. Lì mi hanno visto gli osservatori del River e mi hanno fatto il contratto, il primo da professionista. Avevo 17 anni”.

Chi l’ha “scoperta” e portato al River?

“Juan Esnaider. Devo ringraziare anche il mio amico Sergio, che mi è stato vicino e mi ha aiutato”

A chi ha telefonato dopo aver firmato il contratto con il River?

“A mio padre e a mia madre, gli ho chiesto cosa volevano come regalo, gli ho detto questo è tutto vostro, senza di voi non sarei diventato un professionista. Gli ho dato un po’ di soldi, a mia mamma gli ho comprato una casa perchè il quartiere dove sono nato le condizioni stavano peggiorando, mia sorella abita ancora lì”

Cosa si è regalato?

“Una macchina, mi serviva per girare, per andare ad allenarmi, così portavo anche qualche compagno di squadra”

Quando le mancano l’Argentina e la sua famiglia?

“Tanto, qualche volta mi vengono a trovare, si fermano un mesetto, mio papà lavora ancora in un’azienda che esporta limoni, mia mamma guarda mio fratello più piccolo”.

Quanti siete in famiglia?

“Ho due fratelli e una sorella”.

Ci racconta un aneddoto dell’Argentina?

“Ce ne sono tanti, giocavo a calcio in un posto vicino a casa, c’era una donna che non voleva, facevamo casino (risata, ndr), la palla andava a casa sua, con un coltello ha rotto il pallone, prima di prenderne un altro è passato qualche giorno”

Con Tevez come sono i rapporti, nessuna rivalità perchè lei giocava nel Rive e lui nel Boca?

“Ottimi, spesso andiamo a casa sua quando organizza l’asado. Sulla rivalità ci scherziamo sopra”

Dal River all’Udinese 

“Sergio Furlan, il mio amico, procuratore, un giorno è arrivato e mi ha detto vedi che ci sono gli osservatori dell’Udinese, gli ho risposto va bene, andiamo gli ho detto, proviamo, non mi immaginavo di andare così lontano. Là starai meglio di qua mi diceva ancora”.

Cosa è successo?

“Non parlavo, dopo ua settimana volevo già tornare a casa, non mi trovavo bene, devo ringraziare Sergio Furlan e la mia fidanzata Carolina, mi hanno sostenuto, dobbiamo stare qua mi ripetevano. Carolina è sempre stata accanto a me, mi parlava sempre mi ha invitato a lottare, pensa al futuro, mi diceva, alla famiglia, mi sono ambientato e sono uscito da quel periodo nero”

Non ha giocato subito

“Mi allenavo duramente, Cristian Battocchio mi ha dato una mano, mangiavamo insieme con le famiglie, piano piano iniziavo ad ambientarmi e poi è capitata la grande occasione”.

Quando?

“Quando si è infortunato Isla, 6 mesi dopo il mio arrivo, iniziavo a giocare con continuità, non mi sono più fermato. Giocavo esterno destro, nel ruolo che oggi alla Juve ricopre Lichtsteiner nel 3-5-2, a centrocampo posso fare tutto, tutto quello che mi chiede l’allenatore”.

In poco tempo ha conquistato la Juve, si è fatto apprezzare dentro e fuori dal campo

“Sono fatto così, lavoro, mi alleno duramente per migliorare, per dare il massimo, non mi tiro mai indietro”

Quanto è stato importante Allegri?

“Tanto, mi ha dato fiducia, eppure quando sono arrivato sapevo che non avrei giocato tanto, perché arrivavo in un centrocampo pieno di campioni che aveva vinto 3 scudetti consecutivi, tutti grandi giocatori. C’è stata l’opportunità, ho risposto, ho fatto semplicemente il mio dovere”

La sua miglior partita alla Juve? 

“Contro il Borussia al ritorno. Devo migliorare, fare più gol, sto lavorando, l’importante è che la squadra stia vincendo”

Dopo l’assist a Tevez, cosa gli ha detto?

“Mi ha ringraziato, mi ha risposto che il prossimo asado lo offre lui”

Ha esultato quando ha visto il sorteggio di Champions?

“Non scherziamo. Da fuori dicono che è facile, ma nel calcio e in particolare in Europa non c’è niente di facile. Il Monaco è una grande squadra, dobbiamo giocare, tutti pensano che sia fatta, sarà dura”.

Si può dire che avete svoltato pure in Europa?

“Sì, ma è solo il primo passo. Allegri ci ha trasmesso serenità, vincere aiuta a vincere, la Juve è una grande squadra, qui c’è un bel gruppo, il segreto è il gruppo, la fiducia e la mentalità”

Perchè ha scelto il numero 37? 

“Ho sempre giocato con quella, al River tutto è iniziato con il 37, perchè cambiarlo?”

Le piace Torino?

“E’ una bella città, la gente mi tratta bene e si mangia alla grande”

Dopo la Juve la nazionale, il massimo

“Siamo negli Stati Uniti, a Washington, la prima convocazione l’ho festeggiata alla grande, è stato un sogno nel sogno. Non riuscivo a crederci, ma è successo. Ora non voglio fermarmi, perché è troppo bello”

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