Allegri a Repubblica: “Senza Tevez e Pirlo la Juve dovrà cambiare, sperimentare nuove soluzioni. Vorrei un inventore di gioco , mi piacciono, Oscar, Isco ma anche Berardi e Bernardeschi”

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Massimiliano Allegri, ha rilasciato una lunga intervista al quotidiano La Repubblica. Ecco alcune sue dichiarazioni riportate dal sito Repubblica.it:

Si può costruire un allenatore, tirarlo fuori da una scatola di montaggio?

“Sì, se ci si accontenta. Ma esistono le categorie. Tra i chirurghi sono pochi quelli che sanno operare a cuore aperto. Puoi illuderti di essere un grande pittore, ma non basta scavare un taglio nella tela per diventare Fontana. La magia o la possiedi o non la compri al supermercato”.

Lei ha sostenuto che nei successi di una squadra il tecnico conta a malapena il cinque per cento. Che cosa ci mette nella sua quota d’incidenza?
“La fantasia e la capacità di gestire l’imprevisto. Le partite si preparano, ma non si prevedono. Mi succede di decidere una formazione il venerdì pomeriggio e di stravolgerla la domenica sulla base di un’intuizione. Il momento migliore sono le sette e mezzo del mattino. L’ora alla quale solitamente contraddico me stesso”.

Quando le è capitato l’ultima volta?
“Juventus-Real Madrid, semifinale di andata. Mi si è accesa una luce in testa. Faccio giocare Sturaro e metto Vidal nel ruolo di mezz’ala offensiva. Mi dicono: Sturaro? Sei matto! Ho avuto ragione”.

Un presuntuoso, dunque.
“Sono molto sicuro di me. Dico le cose dritte per dritte, non mi aspetto gratitudine, misericordia, empatia. Sentimenti che nel calcio non esistono più. Sono bravo a fingere e a rifugiarmi nella bugia al momento giusto”.

Ha dimostrato di essere un professionista della fuga. Da una promessa sposa, Erika, è scappato il giorno delle nozze a ventiquattro anni, lasciandola sola sull’altare.
“L’amore passionale, ammesso che esista l’amore, in me non è mai durato più di tre anni. Quella volta decisi da solo, dopo essermi tormentato per mesi. Avevo davanti un muro alto tre metri. In quei casi hai due possibilità: provi a saltarlo e rischi di spaccarti le gambe o torni indietro. Io feci dietrofront e sparii per un po’. Poi c’è stato il matrimonio con Gloria e una figlia, Valentina, che oggi ha vent’anni. Infine Claudia, la nascita di Giorgio quattro anni fa, la crisi durante la gravidanza e la rottura. Claudia e io siamo tornati assieme da pochi mesi, dopo i miei casini, le mie cazzate. Ha sofferto, sopportato, perdonato. Le devo molto”.

Ha vissuto a mille all’ora. Adesso in quale stagione si trova?
“L’inverno, spero. Me la sono goduta. Se non avessi fatto il calciatore sarei diventato un cazzaro, come dicono qui. Per un lungo periodo lo sono stato: sport, soldi, donne. Avevo cinque anni quando mio nonno mi portò all’ippodromo. Nacque una passione travolgente per le corse. Ho scommesso, ho vinto, perso. Sono stato anche proprietario di cavalli. Mai puntato un soldo però sul calcio, mai indirizzato un risultato. Nel 2001 mi beccai un anno di squalifica per un presunto illecito che non avevo commesso. Prosciolto qualche mese dopo. Ma la ferita ancora mi offende. Questo è un paese bigotto, puritano e feroce. Il passaggio da Milano a Torino mi ha fatto bene. Milano è pericolosa e tentatrice: attrae, coinvolge, può affondarti. Torino è misteriosa e austera, ti mette in soggezione. Sono diventato pantofolaio. La sera vado al cinema o a cena con amici, la mattina mi sveglio presto”.

Come si diventa amici di Massimiliano Allegri?
“Con la spontaneità e la generosità. Non ho mai tradito i genitori, i figli e l’amicizia. Tre quelli veri: Giovanni Galeone, Ubaldo Righetti e Corrado Ottanelli che giocava con me nel Livorno”.

Il suo legame con Galeone è un romanzo. Che cosa resta da raccontare?

“Giovanni mi ha reso una persona migliore, nei sei anni trascorsi con lui ho imparato a stare alla tavola del calcio e sono diventato persino più intelligente. Nel 2006, quando fui esonerato dal Grosseto, mi chiamò all’Udinese. Vieni, mi dice, farai l’ottimizzatore. Non capisco, gli rispondo, che cosa significa? E lui: spiegherai ai giocatori che se sono capaci di fare la cosa più semplice in realtà in quel momento stanno facen do quella più difficile. Ho guardato Zidane, poi Messi e mi sono reso conto che Galeone aveva ragione. I campioni non fanno mai nulla di complicato, solo che lo fanno in maniera differente dagli altri. Il passaggio di un calciatore normale va a trenta all’ora, quello di Messi a settanta. Il divario è tutto lì. Galeone mi ha introdotto ai segreti e ai piaceri del buon vino, i rossi toscani, i piemontesi di Gaja, i bianchi del Sud”.

A quando risale l’ultima rivoluzione del calcio?
“Al 1992, con l’abolizione del retropassaggio al portiere. Venne levato il fermo. Tutto diventò più veloce. Un tempo a un quarto d’ora dalla fine le partite morivano, Boniperti lasciava lo stadio, oggi negli ultimi dieci minuti le gare si rovesciano. La tecnica è diventata fondamentale, i terreni di allenamento sono stati accorciati per affinare il gioco nello stretto. I match si vincono in due modi, con l’occupazione militare dello spazio e con la qualità degli interpreti. Il tempo per pensare con il pallone tra i piedi si riduce, alla fine la palla va per forza a quello più bravo”.

I moduli, gli schemi. Quanto valgono?
“Poco, nulla. Devo ancora trovare quello che mi spiega l’utilità di uno schema. Lo sa che durante gli allenamenti spesso non riusciamo a far gol nemmeno nel cosiddetto undici contro zero, giocando cioè contro sagome di plastica? La media di realizzazione oscilla appena tra il trenta e il cinquanta per cento”.

Avverto nelle sue parole la nostalgia del numero 10. Ne cerca uno per la sua Juventus. È un bisogno tattico o il desiderio di specchiarsi nel suo narcisismo?
“Entrambe le cose. Senza Tevez e Pirlo la Juve dovrà cambiare, sperimentare nuove soluzioni. Vorrei un inventore di gioco mai banale, la variabile impazzita all’interno di un piano tattico equilibrato. Il narcisismo in modica quantità non è dannoso alla salute. Mi piacciono Isco del Real Madrid e il brasiliano Oscar, tra gli italiani due giovani: Berardi e Bernardeschi”.

Antonio Conte, suo predecessore alla Juve, è un massimalista radicale incapace di mediazioni. Lei sembra invece un uomo di piccoli gesti, un buffetto, la mano sulla spalla, di sguardi e non di urla, uno che tra l’altro non si porta i compiti a casa, che distingue la professione dalla vita, che preferisce la seconda alla prima.

“Sul piano dell’ambizione credo che nulla mi distingua da Conte. Lui ha vinto tre scudetti di fila, io voglio il quinto consecutivo. Ho accettato la Juventus anche per una rivincita, ho gente a cui far rivedere certi giudizi. Se passassi le notti a studiare partite in tv perderei la lucidità. Mi bastano cinque minuti, al resto ci pensa lo staff, loro sono pagati per essere più bravi di me. Amo molto il mare e sa perché? Perché non si riesce a vederne la fine, il mare è l’immagine della libertà perfetta”.

Come si gestisce uno spogliatoio di giovani milionari?

“Il dialogo è complicato. Entri nello stanzone e trovi quasi tutti con le cuffie alle orecchie, la musica ad alto volume. Nessuno parla con nessuno. Servono autorevolezza, rispetto e pazienza. Non è mio costume sottolineare ogni giorno che sono io quello che comanda, gli spiego che sono costretti ad ascoltarmi non perché sono più bravo, ma semplicemente perché sono più vecchio. Ci sono talenti che sono come le onde, penso a Morata e a Coman per esempio. La loro parabola si alza e si abbassa, bisogna dosarli, aspettare il tempo giusto. Alcuni vanno presi per mano ed educati come bambini, da altri trovo collaborazione, esperienza, personalità. L’amicizia, quella preferisco di no”.

Ha litigato con molti. Riassumo per difetto: Pirlo, Seedorf, Ibrahimovic, Zambrotta, Sacchi. Perché?
“Carattere, divergenze, ma anche esagerazioni. Seedorf voleva discutere ogni dettaglio, parlare, parlare, parlare, mi cedevano i nervi. Gli dicevo: Clarence, se si comportassero tutti come te mi servirebbero giorni di settecento ore l’uno. Mai avuto contrasti con Pirlo, il trasferimento alla Juve lo ha rivitalizzato anche sul piano psicologico, i cambiamenti spesso rappresentano una catarsi. In quella stagione, la mia terza sulla panchina rossonera, il Milan non aveva più Nesta, Gattuso, Ibra e Thiago Silva. Sarebbe stata dura anche per Andrea. In tv divento antipatico, lo ammetto. Sono a disagio, farei volentieri a meno di tv e moviole”.

Ha mai consigliato a un giocatore di smettere?
“Mai, ma a tutti dico: uscite da vincitori e sarete rimpianti”.

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